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Quando le macchine potranno sognare – Lettere dall’anno 2912 Parte seconda
Tempo di lettura : 4 minuti

Carò papà io ti scrivo. Lettere dall’anno 2912

Katrina aveva dato la sua approvazione. Non che Nicolas ne avesse realmente bisogno, ma a lei piaceva far sapere al marito che condivideva le sue scelte. Lui non se ne dispiaceva. Sapeva che sua moglie aveva una naturale inclinazione a occuparsi di questioni altrui, ma non gli dava fastidio sapere che lei approvava ciò che decideva. Era da molto tempo che Nicolas pensava a quel viaggio. Lo aveva pianificato per anni, curando ogni dettaglio con precisione. Persino le cliniche di sostituzione lungo il tragitto erano state inserite con meticolosità nella sua olo-mappa. Naturalmente, aveva preparato una buona scorta di materiali di ricambio, come si conviene quando ci si allontana da casa per un periodo prolungato.

Nicolas era un tipo particolare. Non brutto, intendiamoci, ma con una solidità che ispirava più affidabilità che bellezza. Nei giorni di sole, la sua testa rifletteva bagliori metallici che lo facevano sorridere, pensando che, con dei capelli, tutto ciò non sarebbe accaduto. Subito dopo, però, si ricordava che i capelli non avevano alcuna funzione pratica e, da uomo logico qual era, concludeva che non fossero necessari. E di logica Nicolas se ne intendeva. Era anche un tipo allegro. Per trecento anni aveva lavorato come contabile nelle miniere di lutezio su Titan 5, prima di essere messo a riposo per raggiunti limiti di età.

Il lavoro non era mai stato un divertimento, ma Nicolas non si era mai lamentato di dover prendere ogni mattina la navetta polare che faceva da collegamento tra la Terra e Titan 5. Salutava Katrina ogni giorno prima di uscire e la salutava nuovamente al suo rientro, con la stessa modalità di sempre. La sua vita non era certo un turbinio di emozioni, ma a lui andava bene così. Ora, però, il suo momento era arrivato. Nicolas rifletté su quella situazione. Come la chiamavano sulla Terra? Ah, sì: pensione. Un termine che lo faceva sorridere. “Pensione,” mormorò tra sé e sé.

Soppesò la parola, cercando di attribuirle un senso pratico. Non trovò alcun significato. Aveva semplicemente raggiunto la fine del periodo lavorativo previsto. Per quelli come lui, il sistema era automatico: dopo un certo numero di anni, il lavoro terminava. Non era obbligatorio smettere di lavorare, in teoria. Avrebbe potuto continuare per altri cinquanta, cento o persino duecento anni. La salute non era un problema: bastava recarsi in una clinica di sostituzione, dove ogni componente non funzionante veniva rilevato e sostituito. Era un processo rapido, indolore e gratuito, grazie all’abolizione del denaro nel 2212.

Il sistema aveva completamente eliminato corruzione e criminalità in due secoli di applicazione. Non che questo avesse rilevanza per Nicolas. Lui non era capace di ostilità o violenza; il concetto stesso di male gli era estraneo. Anche se lo avesse posseduto, non avrebbe saputo cosa farsene. Guardava fuori dalla finestra della sua abitazione a New New York, una casa modesta situata a est, vicino a Trailor Park. L’Atlantico si estendeva davanti ai suoi occhi, vasto e maestoso. Anche se il traffico congestionato delle stazioni di smaterializzazione permetteva di raggiungere l’Europa in meno di un secondo, Nicolas preferiva immaginare quel viaggio come una grande avventura. Era il suo viaggio, personale e unico. Nessuno lo avrebbe fermato.

Il viaggio aveva uno scopo preciso: scrivere una lettera. Non una lettera qualsiasi, ma una destinata a quello che lui considerava suo padre, nonostante fosse morto da tempo. “A un padre si scrive,” pensò Nicolas, “e io lo ringrazierò per tutto ciò che ha fatto per me.” Aveva vagliato diverse opzioni per il luogo simbolico in cui scrivere la lettera. Prima aveva pensato all’Everest, ma il freddo e l’umidità lo avevano fatto desistere. Capo Nord era un’altra possibilità, ma mancava di quel significato personale che lui cercava. Alla fine, optò per Capo Finisterre, in Spagna, un luogo che aveva sempre associato alla “fine del mondo” e che, quindi, gli sembrava perfetto per il suo intento.

Salutò Katrina come faceva da trecento anni, stringendola con affetto. Lei, però, non mancò di lamentarsi del fatto che si assentava nuovamente da casa. Katrina era una donna pratica, fatta per i lavori domestici, con un corpo robusto e proporzionato. Non era una gran bellezza, ma con Nicolas formava una coppia perfetta. Come dire, si completavano.

Nicolas si avviò verso la sottostazione di smaterializzazione più vicina, a soli cento metri da casa. Attese il suo turno con pazienza. Quando fu chiamato, l’impiegato automatico gli chiese la destinazione. “Capo Finisterre, in Spagna,” rispose Nicolas. “Sì, sì, so benissimo dov’è,” ribatté l’impiegato con tono sbrigativo. “Ma dove esattamente vuole essere depositato?”

Nicolas si trovò impreparato. Non aveva mai pensato al punto preciso. Dopo un momento di riflessione, ricordò un luogo tranquillo dietro il faro. “Dietro il faro,” disse. L’impiegato gli chiese di disattivare gli equipaggiamenti elettronici, che sarebbero stati riattivati al suo arrivo. Con un leggero rumore di armoniche, la sottostazione si attivò e Nicolas sparì in un vortice di luce scintillante.

L’Atlantico quel giorno era straordinario. Gabbiani e nuvole si muovevano in armonia, rendendo l’atmosfera magica. Nicolas si sedette, estraendo il suo digipad. Era giunto il momento. Dopo aver scritto alcune righe, alzò lo sguardo verso il cielo. La luce del sole rifletteva sulle celle elettroniche dei suoi occhi e sulla sua testa di metallo. Sul digipad, le prime righe della lettera brillavano: “Da Nicolas, modello AX2000, numero di matricola AH0057THX, ad Alan Turing, padre dell’intelligenza artificiale. Caro padre, a mille anni dalla tua nascita, io ti scrivo…”

 
Bletchley Park – Block B – The Bletchley Park Story – Statue of Alan Turing – by Stephen Kettle" di ell brown è sotto licenza CC BY 2.0
Quando le macchine potranno sognare – Lettere dall’anno 2912 Parte prima – Racconto
Tempo di lettura : 3 minuti

Cari lettori, come avevo riportato nel post precedente “Quando le macchine potranno sognare – Lettere dall’anno 2912” era stato scritto per essere una sceneggiatura teatrale. Ciò che segue avrebbe costituito una sorta di “antefatto” alla rappresentazione vera e propria. Nel giugno del 2012 erano passati 100 anni esatti dalla nascita di Alan Turing. In rete apparvero molti contenuti su questo personaggio ma se per caso non lo conoscete andate a leggere la relativa pagina di Wikipedia a questo link.

Alan Turing fu il padre della moderna intelligenza artificiale e precursore assoluto del primo computer che sarebbe arrivato solo alcuni anni dopo la sua scomparsa. Fu anche il padre della matematica computazionale e inventore del modello di validazione degli algoritmi che ancora usiamo in epoca moderna. A lui dobbiamo la vittoria dell’asse anglo-americano nell’atlantico durante la seconda guerra mondiale, poiché con la sua macchina a stati infiniti riuscì a decriptare il famoso codice Enigma che consentiva alla Germania di comunicare in segreto con i propri sommergibili.

Morì suicida nei primi anni sessanta condotto alla pazzia a causa del trattamento ormonale di castrazione chimica al quale era stato ingiustamente condannato. Prima di morire avvelenò una mela cospargendola con cianuro e dopo averne mangiato un pezzo la depositò sul tavolo sul quale avevano visto la luce molte delle sue intuizioni.

Non a caso la sua fine ricalca la storia di Biancaneve della quale lo scienziato era fortemente appassionato. Le cronache sono dense di episodi nei quali i suoi collaboratori e famigliari giurarono di averlo sentito canticchiare le canzoni del racconto. Pochi inoltre sanno che Steve Jobs prese spunto proprio da questo fatto per progettare il famoso logo Apple © ™ che appunto riporta una mela con un morso.

Questa è quindi una ricorrenza che il blog occhialinelbuio.com non poteva lasciare passare senza una adeguata celebrazione. A livello personale voglio solo dirvi che se sin da piccolo mi sono accostato al mondo della programmazione e ai problemi matematico computazionali ciò è principalmente dipeso da questa persona.

Una immagine di un calcolo computazionale

Quando ero piccolo io internet non esisteva e l’unico modo di informarsi sulle basi della nascente informatica di largo consumo era quello di comprare montagne di libri e leggere per imparare. Non avevo ancora 17 anni quando scorsi in una libreria della mia città il libro “architettura interna dei processori 386”. A quel tempo per programmare in DOS usavo un Commodore VIC 20. Chi lo ricorda ? Sembrava una meraviglia ingegneristica proveniente da un altro mondo. Questo computer come memoria di massa usava una cassetta come quella che fino a pochi anni fa usavano i nostri walkman. La RAM di cui il pc era dotato era pari a quella che adesso risiede in un odierno orologio digitale da polso. Eppure a me quella macchina aprì le porte a quella che sarebbe stata la mia passione da adulto. Io volevo sapere di più su come quel mondo meraviglioso fosse iniziato e così corsi a comprare il mio secondo libro che parlava dell’origine dell’informatica partendo dall’anno zero. In quel momento conobbi la figura di Alan Turing e compresi chi fosse quest’uomo e cosa avrebbe rappresentato per l’umanità futura.

Per i lettori di occhialinelbuio.com pubblico il seguente breve racconto in due puntate ispirato a questa persona che scrissi molti anni fa sull’onda del mio amore per i racconti di fantascienza degli anni 50 e 60. Chiedo scusa dell’incerta narrazione. A parte la riduzione operata per restringere il racconto originale, alcune righe dello scritto erano illeggibili a causa del tempo trascorso. Ciò ha reso indispensabile riscrivere alcuni periodi per poterli adattare a questa narrazione.

Oggi, a distanza di 100 anni esatti dalla nascita di Turing di lui non possiamo che dire : Non tutti possono tutto. A questa celebre frase io aggiungerei : Solo pochi possono moltissimo.

Alla prossima settimana per la seconda parte del post che conterà il racconto vero e proprio. Vado in cucina e cerco la ricetta delle linguine all’astice da fare esattamente come mi ha insegnato una mia cara amica di Napoli. Magari ne pubblicherò prossimamente la ricetta .

 
Sogni di robot – Anticipazione del post “Quando le macchine potranno sognare – Lettere dall’anno 2912”
Tempo di lettura : 3 minuti

Ben ritornati a tutti i lettori di occhialinelbuio.com . Questo articolo è una anticipazione del prossimo post che avrà per nome “Quando le macchine potranno sognare – Lettere dall’anno 2912”. Dopo un po’ di riflessioni abbiamo deciso di scrivere questi appunti giusto per incuriosirvi un attimo e invitarvi a leggere l’articolo che verrà pubblicato nel corso di questa settimana.  Non vogliamo spoilerarne il contenuto ma ci sembrava giusto scrivere due righe giusto per farvi capire il perché in questo post non si tratterà di un sogno in quanto tale.

Nel prossimo articolo leggeremo uno dei racconti che assieme ad alcuni amici scrissi per il teatro alcuni anni or sono. Eravamo intenzionati a farne una commedia per bambini sullo stile “Il mago di Oz” ma con il passare del tempo realizzammo altre trame delle quali eravamo più soddisfatti e che al momento sembravano maggiormente percorribili per una rappresentazione teatrale.  Della stessa serie e nello stesso anno scrissi “Soldato blu” un racconto ambientato nella seconda guerra mondiale anch’esso relativo allo svincolo della coscienza dagli affetti di un bambino. In “Soldato blu le tetre atmosfere della guerra venivamo stemperate dalla luce della luna e da avvenimenti spirituali, quasi animistici.

Avrete forse capito che “Lettere dall’anno 2912”  non è un sogno ma piuttosto un racconto che viene vissuto dai suoi personaggi come un sogno. La narrazione cela un finale o un significato nascosto una volta ancora classificabile come futurista o futuribile.

Il racconto segue la trama classica tante volte utilizzata dal maestro della fantascienza americana Ray Bradbury, il celebre autore di “Cronache marziane e Fareneith 451”. Chapeau mr. Bradbury, i suoi libri hanno fatto sognare milioni di persone in tutto il mondo. Avrò letto “Cronache marziane” almeno una cinquantina di volte. Ho sempre trovato in esso una fonte inesauribile di ispirazione per i racconti che ho scritto per la radio e per il teatro.

La new wawe legata alla letteratura fantascientifica degli anni 60-70 mi ha sempre affascinato. I temi che in essa vengono trattati permettono molto spesso di sperimentare il legame fra trama e sentimenti. In ciò non v’è equivoco interpretativo. La new wawe apre la fantascienza classica a nuovi scenari, e quindi non tratta solamente di mostri a cinque teste o robot impazziti con qualche rotella fuori posto.

Sono assolutamente convinto che questi elementi siano solamente pretesti narrativi, utili tuttalpiù ad introdurre il lettore alla scoperta di nuovi legami o nuovi tipi di sentimenti. Penso anche che ciò assomigli molto alla struttura di un sogno. Nel sogno il nostro “Io profondo” prende in prestito il vissuto onirico e lo riveste dei pensieri e dei legami al solo fine di elaborarli in altri modi. Nel racconto “Quando le macchine potranno sognare – Lettere dall’anno 2912” la spersonalizzazione del rapporto uomo-macchina viene presa in prestito per narrare un futuristico dramma dal sapore profondamente sentimentale. Anche questo racconto sfrutta tale meccanismo, e in esso non c’è nulla di misterioso e complicato.

Un robot – Licenza di attribuzione CC01

Nella new wawe di fantascienza degli anni 60-70 questo espediente è assolutamente frequente e nel cinema fantascientifico dei tardi anni 90 divenne la normalità narrativa. Avete mai visto il film “A.I. Intelligenza artificiale” di Steven Spielberg ?. Non per nulla il maestro della cinematografia mondiale innesta in un vile e sterile script di programmazione, una straziante trama d’amore e di affetti ritrovati ma poi perduti. Film drammatico e per certi versi molto crudo il quale ci pone dinnanzi a una domanda. E se un domani tutto ciò divenisse vero ?.

Per quanto riguarda il tema drammi-sogni e calcolatori elettronici, in questo blog abbiamo un altro esempio nel racconto “2010 l’anno del contatto”. Vi invito a rileggerlo cliccando su questo link. Entrambe i racconti narrano della spersonalizzazione del rapporto uomo macchina e lo rielaborano in quanto tale e senza filtri, per interpretarlo da un punto di vista meramente oggettivo.

Isaac Asimov

In un futuribile domani per quale ragione i sentimenti dovrebbero appartenere al solo essere umano ?. Anche Isaac Asimov ne sapeva qualcosa e ci scrisse sopra il racconto “Sogni di robot”. Certo, si trattava di una emozione artificiale, ma non per questo nel racconto essa risultò meno vera o avverabile in un domani futuribile.   

Nel 2012 ci sembrò quindi giusto scrivere questa trama teatrale prendendo a pretesto i cento anni dalla nascita dello scienziato inglese Alan Turing. Alan Turing fu uno dei padri dell’informatica e dell’intelligenza artificiale nonché crittografo e grandissimo matematico.  A lui e al suo team dobbiamo il fatto di avere decodificato nel corso della II Guerra Mondiale il funzionamento della macchina nazista Enigma. Fece una fine ingloriosa nel 1952 . Molto modestamente ci sembrò giusto celebrare questo personaggio facendone l’indiretto oggetto di questa piccola storiella.

Vi auguro buona lettura e restate sintonizzati per il prossimo post di Occhialinelbuio.com dal titolo “Quando le macchine potranno sognare – Lettere dall’anno 2912”.

Il robot sogna un uomo che ripete : “Libera il mio popolo”

Calvin chiede al robot LVX-1 chi fosse quell’uomo

LVX-1 risponde “Ero io quell’uomo”

Cit. Isaac Asimov da : Sogni di robot

 
Robby il robot del film Il pianeta proibito anno 1956
IL PIANETA PROIBITO – parte seconda – Sogno del 3 febbraio 2023 
Tempo di lettura : 2 minuti

Molto bene fanciulli, eccoci qua per la seconda parte del sogno IL PIANETA PROIBITO. Dopo avere bevuto un bicchiere di Coca Zero torno a letto e come solito, per la gioia di mia moglie, mi metto a ronfare nel giro di un secondo. Sono le ore 2:53….

Il sogno ricomincia. La scena è totalmente cambiata, adesso siamo in una struttura alberghiera . Sembra un resort. C’è un edificio che mi ricorda tanto un luogo che frequento d’estate. E’ un posto che nella realtà mi fa sentire molto bene.  Guardo meglio e vedo che si tratta di una costruzione di mattoni appoggiata sugli alberi di un grande parco tagliato all’inglese. Luogo bellissimo e molto curato. C’è una grande tensostruttura tipo quella pressurizzata dei campi da tennis ma il telone è trasparente e dall’esterno si vede dentro.

Ci sono due semisfere costruite in questo modo. Nella prima semisfera vedo molte persone che si stanno divertendo in piscina . Sembra quasi delle terme al coperto. L’acqua fuma ed è calda e ci sono le bolle dell’idromassaggio. Gli occupanti sono tutte coppiette che stanno amoreggiando libertinamente. Le osservo dall’esterno.  Entro nell’altra semisfera anche essa trasparente e non c’è nessuno. E’ riservata solo a me . Mi distendo sul lettino tipico degli stabilimenti balneari estivi. Fa caldo e sono in costume. Anche qui c’è una grande piscina circolare di acqua calda .

Una luce blu è irradiata dal  fondo. E’ molto bella.  Nel sogno ascolto il mio IPOD con i Queen a manetta. Mi tolgo gli auricolari e ascolto i rumori dell’ambiente. Ancora il ronzio di prima ! E’ sempre lo stesso rumore . In questo momento sono con mia moglie. Siamo seduti attorno a un  tavolo tipo quelli in plastica da giardino che si usano d’estate.

Lo scienziato del film : Il pianeta proibito

Stiamo pranzando con piatti enormi di linguine all’astice . A proposito, prossimamente vi posto la mia ricetta delle linguine all’astice e sabato ne cucino un piatto esagerato. Mi volto e improvvisamente senza nessun preavviso circa a dieci metri da noi appare un robot di quelli tipici dei film di fantascienza degli anni 50. Siamo come nella una scena di un film con dottori pazzi, ragazze da salvare in minigonna cortissima e improbabili minacce aliene provenienti da ancora più improbabili robot pieni di lampadine lampeggianti. Tutti guardiamo in quella direzione . Il robot è lentissimo come sempre accade nel film di fantascienza di quel periodo. Anche una lumaca potrebbe sfuggirli e noi non facciamo eccezione. Lui però non ci minaccia e quindi per il momento ci godiamo le nostre linguine all’astice.  Il robot lampeggia e muove le sue antenne grandi come orecchie di un elefante. Chissà cosa sta facendo.

Nel sogno non c’è tensione e sentiamo sempre quei deboli ronzii di ingranaggi meccanici . Mi alzo e vado verso il robot. Lui parla con voce meccanica e chiede informazioni. Il robot dice che deve andare e che si scusa tanto per l’intrusione, non voleva spaventare nessuno ma si è perso e non sa come tornare a casa.

Dice anche che il suo aspetto non deve incutere terrore perché anche lui ha un’anima gentile (Asimov docet). E’ così solo perché uno scienziato pazzo con il pizzetto lo ha costruito in quel modo.  Nel sogno penso che è molto strano che un robot del genere non sia dotato di un navigatore satellitare. Guardo in faccia mia moglie e nessuno di noi, almeno in sogno,  capisce il senso di quella scena. 

Bevete consapevolmente cari miei. Alla prossima !

 
IL PIANETA PROIBITO – parte prima – Sogno del 3 febbraio 2023
Tempo di lettura : 2 minuti

Il pianeta proibito parte prima è un sogno che si divide in due scene. La sera precedente avevo mangiato una ghiotta piadina ripiena di un prosciutto molto salato e quella notte mi alzai per bere qualcosa. Come nota a margine annoto come il luogo dove mi sono ritrovato nella seconda parte, è per un luogo realmente esistente. Esso offre un porto sicuro al riparo da occhi indiscreti e offre un mondo di sicuro relax. In questo luogo mi rifugio ogni volta che i fatti della vita rovesciano su di me forti preoccupazioni e tensioni, come nel momento corrente. Ho vissuto questo sogno non come un incubo, ma piuttosto come una avventura molto piacevole e dal frutto vagamente proibito.

Buona lettura

IL PIANETA PROIBITO – Parte prima

Il sogno inizia in un labirinto di tunnel sotterranei immersi nel buio quasi totale. Solo in lontananza si scorgono deboli luci che illuminano in maniera fioca il labirinto. Le pareti sono rivestite di mattoni-scaglie. Non so se sono mattoni o scaglie di pesce.

Io sono presente e vivo l’ambiente in prima persona ma non riesco a vedermi. Nel sono sono solo . Rumori echeggiano  in lontananza. Capisco che sono sottosuolo dello stadio di calcio della mia città. Improvvisamente sbuco da un buco sulla superficie. Metto la testa fuori e vedo che sono circondato da alti teloni di plastica trasparente avvolti tutto attorno agli alberi della zona. Questi teloni formano una barriera che forse è una piscina che sta per essere riempita di acqua. Forse è una barriera protettiva ma non so da cosa mi devono proteggere. Più probabilmente è proprio una piscina.

Torno nei tunnel sotterranei. Odo ronzii nelle vicinanze. Sento anche degli odori. Sono odori di quando ero bambino e sembrano quelli dell’olio che ingrassava gli ingranaggi del meccano. Anche alcuni pezzi di ingranaggi che ho in mano sembrano proprio quelli del meccano. Anche le mie mani sembrano coperte da un velo di olio. Mi muovo lungo il tunnel e i ronzii mi inseguono. Nulla di minaccioso, non sono preoccupato. Non è un incubo, ma piuttosto una avventura. Non so che fare e cerco di decidere qualcosa.

la miniera di Malcantore

Non ho freddo e non mi sento minacciato, ho solo la vaga sensazione che mi stiano aspettando da qualche parte. Il sogno continua e c’è una fine a questa scena ma non ricordo con precisione il contenuto. Ho comunque l’impressione che si riferisca a una scala mobile che si dirige verso la superficie. Vagamente ricordo una macchina che mi sta aspettando ma è una percezione confusa. Il sogno svanisce, io mi sveglio e mi dirigo in cucina per bere qualcosa….

Alla seconda parte per scoprire l’epilogo del sogno

 
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